Judo Budo Club Lugano

MAESTRO.. FINO A QUANTI ANNI SI PUÒ PRATICARE IL KARATE?

Buongiorno, sono Moreno Sassi, praticante e insegnante di Karate. Dal primo vestitino bianco indossato all’età di 7 anni è passato un po’ di tempo. Ciononostante, la passione che nutro verso quest’arte marziale mi ha accompagnato durante i finora 43 anni di pratica. In questo periodo ho visitato vari paesi d’Europa, dove ho incontrato e collaborato con Karateki a mio parere molto speciali. La loro grande competenza, dal punto di vista sia tecnico che storico-culturale, accompagnata dai loro valori e saggezza etico-morali hanno nutrito negli anni il mio interesse ad apprendere senza tregua nella conoscenza delle arti marziali d’Estremo Oriente. In un certo momento di crescita personale ho poi deciso di condividere questa ricchezza di Vita, e nel 2003 ho iniziato a insegnare l’arte a bambini, giovani e adulti.

In questo testo vorrei portare dei pensieri personali in merito alla vastità di opinioni legate al Karate. Sovente leggo o sento parlare di stili migliori di altri, di tecniche più efficaci e distruttive di altre, o ancora di praticanti che a una certa età smettono la pratica del Karate perché fisicamente troppo malandati. In Internet si trovano video con Personalità marziali popolari nel mondo del cinema o Maestri illustri di tutto il mondo che si lasciano filmare mentre mostrano con disarmante leggerezza dei colpi molto pericolosi che potrebbero togliere la vita a colui che li subisce.

Come può una persona di fronte a questa realtà ponderare oggettivamente la pratica marziale e capire dove stanno i “tesori nascosti” che si trovano nel Karate? Io stesso mi ritengo fortunato e privilegiato per avere conosciuto già in giovane età persone sagge che mi hanno trasmesso l’altro lato del Karate: i “tesori nascosti” da ricercare e sviluppare nella pratica educativa e responsabile durante l’intera esistenza personale.

Ho deciso di scrivere queste poche righe per permette a chi lo desidera di ricevere alcune nozioni che potrebbero forse portare degli spunti utili per la propria futura pratica marziale. Anche se parlerò del Karate, credo di poter affermare che comunque i principi che indicherò sono in genere applicabili in tutte quelle arti marziali insegnate a scopo educativo.

Per meglio capire di cosa stiamo parlando, è necessario rinfrescare un poco di storia del Karate..

Potrei certamente sembrare “crudo” in quello che spiegherò.. Purtroppo i fatti storici negativi non possono essere cambiati; credo però che possano essere impiegati per rendere migliore la propria esistenza attuale.

Perché è nato il Karate? E quali sviluppi vi sono poi stati nella sua pratica?

Il Karate si è sviluppato durante il Medioevo Asiatico come arte di difesa per la propria vita o per quella dei propri Cari. In quei tempi vi erano ben più pericoli rispetto a oggi, e non esistevano ancora organizzazioni legalizzate che permettevano di arrestare in modo efficace i malfattori. Succedeva spesso che chi accedeva al potere governativo del Paese gestiva la popolazione con oppressioni militari. Infatti, le lotte di potere tra Clan per sopravvivere erano quasi all’ordine del giorno. Al sud del Giappone si trovava l’isola di Okinawa, strategicamente importante per gli scambi commerciali tra Cina e Giappone. L’isola era allora governata con la forza dagli imperatori giapponesi. Gli abitanti dell’isola, prevalentemente pescatori, contadini e commercianti, subivano costantemente i soprusi e gli abusi di potere dai giapponesi (e in un certo periodo anche dai militari cinesi).

Gli okinawani capirono presto che avevano bisogno di munirsi di strumenti per la propria protezione. Di conseguenza, nella totale discrezionalità (si allenavano di notte nei boschi senza fare rumori), si ingegnarono e svilupparono due arti di difesa: l’arte del Karate e l’arte del Kobudo (la difesa con gli utensili di lavoro che usavano nei campi e nella pesca).

Per il bene di tutti, a fine 1800 il Giappone cessò le ostilità contro gli abitanti di Okinawa, e questo diede modo ai responsabili dell’isola di mandare in Giappone l’esperto di Karate Gichin Funakoshi per presentare la loro arte di difesa. Pensate.. per centinaia di anni i giapponesi avevano maltrattato gli okinawani, e ora essi gli presentavano un’arte da difesa che i Giapponesi avrebbero potuto usare in modo oppressivo (e lo hanno poi dimostrato con l’invasione in Cina). Perché..?

Inoltre, anche se la parola Karate significa “mano vuota/aperta”, perché allora il Maestro Funakoshi presentò un’arte marziale praticata prevalentemente con la mano chiusa? Ebbene.. per tre motivi principali:

-In primo luogo, perché i giapponesi di allora apprezzavano molto la boxe americana e non avevano alcuna pratica che si avvicinasse a questa. In tal modo gli okinawani sapevano che sarebbero entrati nelle “grazie” di chi governava il Giappone.

-In secondo luogo, per dare ai giapponesi solo la parte non-letale (pratica detta “esterna”) dell’arte: in caso di abuso nei loro confronti, gli okinawani sarebbero riusciti a difendersi, in quanto padroneggiavano la conoscenza dei punti detti “vitali” e delle energie che circolano nel corpo (pratica detta “interna”).

-In terzo luogo, per trasformare il Karate-Jutsu okinawano in Karate-Do (forma educativa dell’arte), così come fece precedentemente il Maestro Kano Jigoro col Judo estrapolando tecniche da arti marziali giapponesi di tipo Jutsu.

Dopo 50 anni circa dall’arrivo del Karate in Giappone, alcuni allievi del Maestro Funakoshi decisero di valorizzare il Giappone portandolo in tutto il mondo. Da questa decisione storica nacque una strepitosa strategia promozionale - da fare invida alle grandi organizzazioni di marketing dei nostri tempi - di varie arti marziali giapponesi, di cui anche il Karate. Per potere presentare il Karate a un pubblico Occidentale necessitavano di una modalità che potesse essere paragonata alle discipline sportive da combattimento già presenti in Occidente. Allora la boxe americana era già popolarissima, e quindi i giapponesi decisero di “confezionare” un Karate moderno da presentare al mondo come boxe sportiva giapponese. Fu un enorme successo per la Nazione, con però un aspetto negativo: i “tesori nascosti” del Karate tradizionale non sarebbero più stati individuabili. Da quel momento gli interessi e le attenzioni dei praticanti di Karate si rivolsero ai conosciuti valori sportivi attuali: conflitti d’interesse, competitività agonistica, sviluppo smisurato dell’ego, individualismo, sete di soldi, fama e potere. Per mantenere un alone di marzialità attorno alla pratica marziale moderna oramai diventata sportiva, i maestri responsabili giapponesi non spiegavano mai il senso profondo di quello che insegnavano e non rispondevano alle domande che gli venivano poste.

Capita questa realtà, forse meno poetica di quanto si vorrebbe, ci si potrebbe chiedere: _”Perché oggi è comunque ancora importante praticare e insegnare il Karate moderno? E in che modo?

Il lato positivo del Karate moderno è, a mio parere, che i bambini e giovani praticanti possono imparare comunque - se trovano un maestro adeguatamente educativo e responsabile - dei sani principi e valori, e nel contempo praticano un’ottima ginnastica per il corpo e per il coordinamento dei movimenti. Credo inoltre che la Società moderna Occidentale abbia più che mai bisogno di ritrovare valori e riferimenti comportamentali che possono avvicinare le persone in pratiche costruttive di Gruppo per creare valore aggiunto alla propria esistenza. In base a quanto ho notato durante la mia pratica, il Karate moderno a scopo educativo è ancora in grado di stimolare queste sane dinamiche.

Rimane da capire in che modo praticare e insegnare il Karate, per renderlo un cammino di crescita costante nella propria esistenza. La mia esperienza e la ricerca mi hanno insegnato che esiste un tipo di Karate per differenti fasce di età:

-Dai 7 ai 10 anni:

A questa età il bambino impara a conoscere il proprio corpo fisico e a coordinare i movimenti, così come a esprimere i propri pensieri. La capacità di apprendere osservando è molto elevata, in quanto non è ancora ingombrato dall’intelletto e dalle emozioni. Il Karate insegnato è quindi basato su questi principi. Inoltre è il momento giusto per portare concetti comportamentali come il rispetto del prossimo, l’aiutarsi per imparare insieme e l’impegnarsi per imparare bene. La base della lezione rimane comunque il gioco, specialmente nella fase di riscaldamento e di chiusura.

-Dai 10 ai 20 anni:

Il bambino diventa prima ragazzo e poi giovane adulto. Questi anni sono molto impegnativi, in quanto subentrano le emozioni e lo sviluppo dell’intelletto. La scuola occupa molto la mente del giovane studente, anche per frenare la valanga di emozioni sconosciute che potrebbero far perdere il controllo al giovane. Il Karate può essere pure di grande aiuto in questo periodo, insegnando al praticante certe regole comportamentali, l’allenamento regolare per il raggiungimento di obiettivi predefiniti e il superamento dei propri limiti tecnici. Inoltre, in questo periodo si sviluppa la forza fisica e gli ormoni “ballano la samba”.

Il Karate moderno ha ora un ruolo importante per permette al giovane di sfogarsi e mettersi alla prova rispetto ai suoi coetanei, inserendo però parametri comportamentali col prossimo. Parallelamente, già a partire dai 12 anni è a mio parere utile insegnare il concetto di difesa personale che si trova nel Karate tradizionale di Okinawa (il Karate-Jutsu). Lo scopo è quello di preparare il praticante al più presto ad affrontare eventuali molestie, per permettergli di gestire inaspettati conflitti senza uscirne traumatizzato o deluso. Questo perché il Karate moderno ha lo scopo di vincere gare ed è quindi basato su regole e morale che servono a gareggiare. Nella realtà di strada invece, chi aggredisce non ha né regole né morale, e quindi il Karateka sportivo si trova inevitabilmente impreparato e impotente nell’affrontare il conflitto. Per paradossale che possa sembrare, per aiutare i giovani a vivere in pace bisogna insegnargli a difendersi in modo efficace contro eventuali “disturbatori”. Oggi abbiamo un ulteriore potente strumento che ai miei tempi non esisteva: lo sviluppo dell’intelligenza emotiva (Daniel Goleman). Questa competenza permette la conoscenza della propria emotività e l’apprendimento sia a esprimerla che a restare calmi in situazioni di tensione e conflitto. Insegno Karate con questo complemento da sei anni, e posso confermare che i risultati sono molto soddisfacenti.

L’insieme di questi componenti permettono al giovane di sviluppare una buona autostima e flessibilità di adattamento a situazioni impreviste, che lo aiuteranno in seguito sia negli studi di alto livello che nella vita di adulto.

-Dai 20 ai 30 anni:

A 21 anni il cervello arriva al termine della sua crescita fisica, e la muscolatura è oramai formata. Ora subentra lo sviluppo della coscienza e, a 28 anni, la persona è biologicamente adulta.

La pratica del Karate può ora inserire gli aspetti storico-culturali dell’arte, per permettere di capire certi valori importanti per una vita di Gruppo creativamente sana. Il giovane viene così aiutato ad apprezzare i rapporti di Gruppo rispetto a un’esistenza individualista. Questo è inoltre il momento ideale per rinforzare il senso di responsabilità in ciò che si fa, l’onestà nei rapporti e il superamento dei propri limiti psico-fisici. Con una pratica costante e mirata, in questa fascia di età si può arrivare a un alto livello nella pratica tecnica. Questo è un obiettivo importante, in quanto attraverso l’impegno tecnico si sviluppano consapevolezze di coscienza importanti. Per questo motivo consiglio in questa fascia di età di crescere nell’arte almeno fino al livello di 3° Dan (il terzo livello di cintura nera).

-Dai 30 ai 50 anni:

Da ora il corpo fisico comincia lentamente il suo percorso di declino. Questo è, a mio parere, il momento di cominciare ad allontanarsi dal Karate moderno-sportivo e avvicinarsi al Karate tradizionale di Okinawa tramite le forme tradizionali (Koshiki-no-kata) e le loro applicazioni pratiche (Bunkai e Kumite).

In aggiunta a ciò, credo pure che sia il momento giusto per introdursi nel mondo del Tai-Chi-Chuan e del Chi-Gong. Questi tre nuovi approcci hanno lo scopo di accompagnare il Karateka nella pratica “interna” dell’arte. In tal modo si migliorano certe abilità, compensando così il declino del corpo fisico. L’efficacia nella difesa personale aumenta in modo radicale e, se accompagnata dal senso di responsabilità, permette una pratica salutare dal punto di vista sia fisico che mentale.

Credo inoltre fermamente che dai 35 anni diventa utile avvicinarsi gradualmente allo studio della scienza spirituale, la quale porta alla saggezza nei rapporti col prossimo. Questo importante tema è molto delicato, in quanto è difficile valutare con oggettività a chi affidare fiduciosamente la propria persona. Pertanto vorrei, in base alle mie esperienze personali, indicare alcune caratteristiche di “guide spirituali” a mio parere degne di fiducia: parlano e scrivono in modo chiaro e inequivocabile, chiedono allo studente di verificare sempre quanto essi spiegano e insegnano, non impongono nulla e non creano aspettative verso lo studente, non creano nessun tipo di dipendenza e rispettano il libero arbitro decisionale dello studente, sono discreti e non promettono nulla, sono concreti e non si sentono superiori agli altri, conducono una vita semplice e non basata sulla propria affermazione, spiegano che anche loro sbagliano e chiedono scusa in modo spontaneo quando se ne rendono conto.

Dopo un periodo di 10-20 anni di studio mirato, accompagnato dalla pratica giornaliera, lo studente inizia a essere in grado di affrontare con oggettiva saggezza gli eventi e le relazioni.

La crescita personale in un’arte marziale di tipo educativo e responsabile deve seguire un percorso obbligatorio uguale per tutti. Non è possibile speculare sul tempo usando scorciatoie per arrivare prima o per evitare fatiche. Questo concetto è evidentemente dissonante con le mode e i valori attuali. Credo però utile riflettere sul fatto che le mode cambiano continuamente, mentre la biologia umana cambia ed evolve molto lentamente. In parole semplici, “Per migliorare.. bisogna remare!”

-Oltre i 50 anni:

Quanto appreso dalle mie e dai miei maestri, mi ha permesso di rendermi conto che da questo momento il Karate necessita impregnarsi quasi esclusivamente di Karate tradizionale, Tai-Chi-Chuan, Chi-Gong e sana spiritualità. Già dai 40 anni di età non si può più pretendere di praticare un Karate moderno ormai fisicamente troppo contro-natura. Occupandosi invece con le pratiche indicate, si mantiene la salute e nel contempo si migliora la propria comprensione ed efficacia nell’arte. I movimenti diventano sempre più piccoli e precisi, imparando a usare le energie interne al posto della muscolatura, e usando solo quanto serve allo scopo specifico. La sensibilità psico-fisica e la percettività intuitiva vengono così grandemente ampliate.

Seguendo questo approccio diventa possibile praticare Karate, adattandolo nel tempo alle proprie capacità del momento, fino all’ultimo respiro.

Questo percorso di Vita richiede certamente passione, autodisciplina, forza di volontà e costanza. Posso confermare che durante questo processo di crescita personale ci sono momenti di dubbi, crisi e conflitti di vario genere. Questo fa parte, a mio parere, del prezzo da pagare per diventare persone “migliori”. In un contesto come quello in cui oggi ci troviamo, capisco che un tale approccio possa sembrare inconcepibile. Di fatto però, è seguendo questo percorso che si può accedere ai “tesori nascosti” nel Karate. Quei tesori che gli okinawani, nella loro povertà materiale e nei maltrattamenti subiti, tenevano gelosamente stretti.

Quali erano allora questi “tesori nascosti”?

Non si tratta di arti o stili diversi, né di tecniche più letali che altre, e nemmeno di riconoscimenti (Dan) conferiti dai coetanei superiori di grado. A mio parere, i tesori nascosti si trovano nello sviluppo della propria coscienza quando si pratica e si trasmette l’arte valorizzando principi come la pace e le sane relazioni tra le persone, l’accettazione e il rispetto del prossimo come essere unico a sé, la sana crescita di Gruppo, la fiducia fondata sulla discrezionalità, l’onestà, l’amicizia senza terzi fini, il condividere la propria conoscenza senza aspettative e il lasciare agli altri il libero arbitrio delle proprie decisioni. Questi erano parte dei tesori nei quali gli okinawani credevano e valorizzavano per sopravvivere in una realtà allora molto ostile. E sì.. in quanto è proprio la sofferenza a insegnare l’importanza dei sani rapporti tra le persone.

Infine, un ultimo prezioso tesoro da menzionare sta nell’imparare a difendersi in modo adeguato se qualcuno cerca di approfittare del proprio modo pacifista di vivere e di relazionarsi. È necessario riuscire a reagire con esplosività animale per neutralizzare l’aggressore, e subito dopo riuscire a riprendere il controllo emotivo per non andare oltre all’azione essenziale, adottando in tal modo un comportamento civile e responsabile. Riassumendo in parole semplici, “Non aggredire.. e non subire”.

Seguendo questi principi, il Karate non è più un fine a se stesso, bensì diventa uno strumento educativo per capire, praticare e trasmettere i valori e gli aspetti sopra citati alle nuove generazioni.

Moreno Sassi

Tashi-ho (5° Dan) in Tengu-ryu Karatedo

Centro di Ricerca Budo - Istituto Tengu

www.tengu.fr